[ im ] mortalità

immortalita
riviste: Mauro Maldonado

Video dissonante, eversivo, inquietante. Rachel Rosalen manda in scena la nuda vita che si nullifica nella maschera labirintica di un’estetica metropolitana che dematerializza il territorio urbano e l’esperienza reale in un orizzonte virtuale. Nella trasparenza di memorie stratificate e rovine postmoderne è possibile cogliere, in controluce, le figure moltiplicate e dissolte nel prisma mortuario e vitalistico di un tempo privo di attesa, di spaesamenti desideranti, di metanarrazioni spettacolarizzate, che – come in un’espansione maniacale – cancella e riformula, ricorda e ricostruisce, i paesaggi incerti, mutanti, metamorfici del panorama urbano contemporaneo.

Roma e San Paolo, premoderno e postmoderno (ma potrebbero soccorrerci altre metropoli-metafore) sembrano corpi assediati dal dispiegarsi di nuove tecnologie che tentano di rifondare ossessivamente il proprio mito arcaico in un’autonarrazione ricolma di lacune e lacerazioni prodotte dai processi storici e dalle diverse tradizioni, assunte e trasfigurate al proprio interno, per essere restituite all’esterno attraverso le icone della propria potenza.

Ogni fotogramma del video è un breve e intenso viaggio in una quarta dimensione, in un continuum spazio-temporale – un cronotopo – che tiene insieme (intrecciandoli) spazi ed eventi concreti. Rovine, palazzi, piazze, città divengono, qui, i topoi di una formidabile fusione tra spazio e tempo. Nei loro corpi proteiformi è impossibile scindere, anche per pura astrazione, le superfici dal volume, le forme dalle strutture, lo spazio dal tempo. Spazio e tempo sono quella città, quell’edificio, quel luogo, quella combinazione di elementi e di forme che abbiamo di fronte e nella quale si consuma la nostra vita.

Di soglia in soglia, l’autrice spinge il suo sguardo su un territorio mutante, dove formazioni discontinue, dissimmetriche, paradossali, danno vita a geografie instabili che prendono il posto delle architetture euclidee tradizionali. Di questi eventi – dove lo spazio è la forma visibile del tempo e il tempo la forma visibile dello spazio – la cancellazione dei corpi è forse l’aspetto più inquietante.

Certo, avere uno sguardo nuovo, diventare sguardo in modo diverso, sollecita in noi l’assunzione piena del mutamento della condizione moderna. Ma, soprattutto, il riconoscimento che noi, di questo sguardo, non siamo più capaci. Il sentire dal di dentro si è esteriorizzato, non scaturisce più da un moto intimo. Il sentire dal di fuori è, invece, la messa a nudo estraniata e rapita con la quale siamo in relazione con il mondo della vita. Così, forme, cose, figure, si riuniscono in costellazioni mutanti che creano rifrazioni opache sottratte alla visione addomesticata delle cose che siamo abituati a vedere, che eccedono l’ambito originario che li aveva prodotti in un processo di progressiva decontestualizzazione, privo di memoria, inconoscibile e, forse, anche per questo, di grande fascino.

Attenzione, però! La condizione di cui parliamo non può essere riferita unicamente all’umano. Spaesante e labirintico è il nostro presente, in ogni sua piega. Il desiderio che si sposta verso l’immateriale e non più verso la ‘cosa’, dimostra che una cesura si è compiuta. Il corpo stesso ha smesso di essere la radice, il luogo perspicuo del sentire, dell’intensità sensibile. Appare ormai come un territorio inorganico, di mutazioni in divenire: uno spazio chiuso dove ogni esperienza è emendata del proprio significato. Quanta incommensurabile distanza dalla percezione e dall’esperienza descritti dalla fenomenologia!

Tra i luoghi dell’esperienza e i corpi si frappongono la mediatizzazione, la virtualizzazione, la desoggettivazione delle relazioni, all’interno di un formidabile processo di sparizione-modificazione. Espropriati dell’anima, della capacità di sentire e di nutrire propri desideri, questi corpi non sembrano più le folle sciamanti delle città della prima metà del ‘900, ma le matrici biopolitiche instabili e nomadiche di inedite geografie urbane.
Sembra questo il destino inarrestabile della metropoli contemporanea, questa nave con il suo carico di corpi nel passaggio difficile tra presente e del futuro. Un passaggio angoscioso, certo. Ma seducente, e che non smette di sperare.